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Giulio Pereno

Articoli e Recensioni

Donne che viaggiano sole è il primo film documentario realizzato completamente dal giovanissimo veneziano Giulio Pereno. Realizzato nel 2019 e presentato al Festival del Cinema e della Televisione a Benevento, ha vinto la sezione miglior film indipendente ricevendo il Noce d’oro Greatest Indipendent. Si tratta di un’opera fortemente autobiografica: Giulio Pereno viaggia da quando aveva diciannove anni e ha toccato quasi tutti i paesi europei arrivando fino in Marocco in bicicletta.

Nei suoi settantacinque minuti di durata, il film alterna le sequenze introspettive della protagonista — interpretata dalla talentuosa attrice Dariya Trubina — alle varie interviste raccolte in tre anni tra Italia, Germania, Belgio, Francia e Inghilterra. Le donne intervistate provengono da ogni parte del mondo e raccontano le loro esperienze di viaggi in solitaria. Non si sanno i loro nomi fino ai titoli di coda, perché definirebbero bordi o barriere di nazionalità. Di loro, invece, si racconta la loro identità formata dalla maturità di essere donne che hanno viaggiato da sole. Un’esperienza emozionale molto forte, personale, dolorosa e formativa. I viaggi hanno rafforzato la loro consapevolezza e perciò hanno reso i loro traguardi ancora più soddisfacenti e meritati. Si raccontano donne che nella loro vita hanno capito cos’è la felicità.

Donne che viaggiano sole racconta un tema molto attuale di cui si è cominciato a parlare solo negli ultimi anni. Data l’importanza e la sensibilità dell’argomento, in quest’intervista Pereno ha risposto in maniera profonda e sincera.



Come ti è venuta l’ispirazione per questo documentario?

Ero in Lituania durante il mio primo viaggio da solo e procedevo con l’auto stop. Non avevo ancora nessun legame con il cinema o con la fotografia, anzi, pensavo di fare il pittore!
È stato difficile andare così giovane nei paesi dell’est e cominciavo a confrontarmi con i problemi che si incontrano durante i viaggi. Così mi è sorta la domanda: «Come sarebbe se fossi una donna?». Inoltre, vivevo e collaboravo con una ragazza che stava studiando giornalismo a Berlino: anche lei aveva molto a cuore questo tema, per cui ho voluto provare a unire le due cose. Collaborando con lei che sapeva cinque lingue è stato molto facile riuscire a trovare le persone con cui parlare.


La protagonista di questo documentario ovviamente è una donna, ma quanto del tuo vissuto c’è in lei? Cosa le hai fatto raccontare?

Dariya ha sempre saputo che tutta l’opera era autobiografica: a livello di monologhi è un argomento completamente fuori da lei, viaggiare da sola non era ancora parte del suo vissuto. Da lei avevo bisogno che ci mettesse il suo modo di essere e di raccontare, il suo punto di vista femminile. Con Dariya è stato un rapporto basato sul farmi conoscere il più possibile, così che riuscisse a interpretare un Giulio al femminile. Il personaggio si è costruito su quello che lei ha potuto cogliere della mia persona. Durante le riprese Dariya ha avuto molto campo libero: è entrata nel personaggio e si è lasciata andare.


Quanto è importante oggi per una donna viaggiare sola?

(Resta un attimo in silenzio, ci pensa e ride.) Sicuramente è importantissimo, anzi, sarebbe bello se lo facesse chiunque ne sentisse il desiderio. Quello a cui non so rispondere è come potrei renderlo possibile. Non ho una risposta. Credo che sia molto naturale per noi esseri umani, ma abbiamo smesso di farlo. Quando lo fa una donna si tratta di un’azione forte, soprattutto nei confronti di tutto quello che sta accadendo oggi. Potrebbe avere una potenza incredibile e di questo me ne sono reso conto soprattutto quando ho cominciato a girare questo film: a molte si illuminavano gli occhi anche solo a sentire il tema, è una cosa che ti tocca subito. Anche dopo aver girato il film non ho trovato risposte: non mi permetterei mai di dare un punto di vista preciso. Nel documentario ci sono venti ragazze che hanno espresso le loro ragioni portando a risposte diverse. Spero che chiunque lo guardi riesca a costruirsi la sua idea attingendo da ognuno dei loro vissuti, perché se dovessi dare una riposta io non arriverebbe a tutti. Ho inserito anche ragazze di cui non condividevo completamente il pensiero, ma che ci tenevano a esprimerlo ed erano sincere. Credo che sia questo l’importante: volevano arrivare a toccare un pubblico e credevano in quello che dicevano. Ho preferito questo anziché scegliere qualcosa che fosse più parallelo al mio pensiero.


Quando si parte non si torna mai uguali a se stessi ma si rimane sempre se stessi. Credi sia necessario un periodo di viaggio come formazione? E quanto ritieni faccia la differenza farlo in compagnia o da soli?

(Resta qualche attimo in silenzio a riflettere) Per quanto viaggiare in compagnia sia bellissimo, in questo caso serve poco o a niente. Dal mio punto di vista la cosa bella di viaggiare in compagnia — soprattutto con la consapevolezza che hai già viaggiato da solo — è che puoi insegnare molto dall’altra persona e apprendere ugualmente molto. La cosa più bella è quando due persone che hanno già viaggiato da sole intraprendono un percorso insieme: sono consci dei loro limiti e mantengono l’indipendenza reciproca, sono consapevoli che ci si può separare in qualunque momento. È molto bello incontrare qualcuno che sta facendo il tuo stesso percorso anche perché ci si scambiano molti consigli… In realtà ci si rubano le esperienze apprese da soli! Se dovessi partire con una persona che non ha mai viaggiato da sola, avrei l’impressione di farmene carico. So che, inconsapevolmente o per inesperienza, non riuscirebbe a vivere il viaggio allo stesso modo: va prima vissuto da soli. Qualunque viaggio ti cambia, anche se sei in compagnia, per il semplice fatto che vedi posti nuovi, conosci gente nuova e fai cose nuove. Quello su cui ho cercato di focalizzarmi nel film è altro, lo dice anche il titolo del documentario Donne che viaggiano sole: è un’esperienza al di fuori del viaggio, una questione di rapporto con se stessi. In un film sui viaggi ci si aspetta che sia girato in città o in mezzo alla natura. Invece le stanze in cui ho ripreso le interviste non esistono perché potrebbero essere ovunque. Con Dariya ho voluto puntare sul cambiamento di una ragazza dopo essere tornata da un viaggio, con se stessa e nei rapporti con gli altri — la madre, in questo caso —  .


Come ha reagito tua madre quando ha saputo che volevi viaggiare solo?

(Ride) Penso che se l’aspettasse. (Ride di nuovo. Si ferma a riflettere un momento in silenzio). Sicuramente se l’aspettava. E sicuramente non lo condivideva (ride di nuovo). Però mi ha lasciato partire e non ho mai avuto dubbi a riguardo. Per fortuna i miei sono persone bellissime e molto aperte, e ovviamente si preoccupano come qualunque genitore. Ho un rapporto particolare con mia madre: nonostante non sia molto forte, è l’unica persona a cui vorrei raccontare cosa mi succede mentre viaggio.


Le donne intervistate sono per la maggior parte giovani. Quanto è importante l’età per viaggiare?

C’erano interviste in più di donne di mezza età: raccontavano storie incredibili ma non sono riuscito a inserirle perché non è un rapporto che ora non riesco ad avere. Ho l’età che ho, per questo comprendo meglio i miei coetanei. Inserire le parole di una persona molto più grande di me sarebbe stato più documentaristico, invece cercavo l’emotività. Nel documentario c’è una signora francese che ho inserito perché la vedevo come una figura materna, una voce che poteva incarnare le mamme delle intervistate. È interessante perché ha già vissuto da donna che ha viaggiato sola, ma allo stesso tempo sta rivivendo le esperienze di sua figlia.

Che cosa accomuna queste donne che viaggiano sole?

Tutte hanno voluto mettersi davanti a una telecamera: non tanto per il fatto di viaggiare da sole, ma perché avevano qualcosa da dire. Non si aprivano tanto quando chiedevo di raccontare le loro esperienze, bensì quando domandavo: «Cosa volete dire alle altre donne?».


Ogni parte del film è auto prodotta, anche la musica. Come mai hai preferito questa scelta?

Avevo la necessità di creare un’opera che fosse completamente mia ed esclusiva, scollegata da tutto, perciò non ho mai pensato di utilizzare delle musiche già esistenti. Questo fa parte di me. Se devo creare qualcosa lo faccio in ogni suo aspetto. È stato bello avere intorno tante persone che riuscivano coprire bene un loro campo: nel caso del musicista (Alfì Tommaso Massimiliano, n.d.a.) è stato un incontro imprevisto, ma ha collaborato fino alla fine. Si è creato un bel rapporto e ha funzionato, perciò ho voluto puntare ancora di più. Si nota subito, le musiche sono veramente forti e predominanti nel film.


Premettendo un elegante detto veneziano, viagiar descanta, ma chi parte mona torna mona, quanto condividi quest’affermazione nostrana?

(Ride) Sicuramente ti dà una bella svegliata! Ti mostra tutte le cazzate che sei in grado di fare e anche quanto sei ignorante. Quando sono partito con la bici non sapevo neanche cambiare una ruota. Parti e non ci pensi neanche. Impari molto ad arrangiarti e questo è importante. La parte mona resta sempre: ce l’hai quando parti ma resta anche quando torni.


Cosa diresti al te diciannovenne?

(Ride) Sicuramente di portare una coperta in più! E di guardare il cellulare qualche volta. Te ne accorgi sempre durante il viaggio, di queste cose. Ogni volta che sbagli però te lo ricordi.
(Ci riflette un po’, sospira) Probabilmente mi ripeterei le cose che mi hanno detto le persone che ho incontrato. Ci sono momenti in cui vorresti tornare indietro, ma capita sempre che, per qualche strano motivo, appaia qualcuno che senza sapere niente di te ti convince ad andare avanti. E sono quasi sempre riuscito ad andare avanti. Credo che si viaggi per vedere e conoscere, ma soprattutto per vivere esperienze e raccontare storie. Direi al Giulio diciannovenne di non fermarsi e rifare esattamente tutto, perché altrimenti non ci sarebbe questo film e nemmeno le storie raccontate. Gli direi anche di prendersi più tempo: in questi anni ho corso tanto per il desiderio di vedere tutto, segnare le mappe e arrivare il più lontano possibile. Non sono mai riuscito a godere veramente di un posto per una questione di fretta, e di età. È anche un bisogno con se stessi per dirsi: «Ci sono arrivato e sono riuscito a concludere qualcosa». Perché finché non ci arrivi non l’hai concluso.

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